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11 maggio 2014
IV DOMENICA DI PASQUA (ANNO A)

Vangelo: Gv 10,1-10

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TESTO Quarta domenica di Pasqua - Ciclo A

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IV Domenica di Pasqua (Anno A) (21/04/2002)

Vangelo: Gv 10,1-10 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

Visualizza Gv 10,1-10

1«In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. 2Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. 3Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. 4E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. 5Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». 6Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.

7Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. 8Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. 9Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. 10Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza.

Nesso tra le letture

"Io sono la porta: chi entra attraverso di me, sarà salvo". Queste parole del vangelo sembrano esprimere il tema centrale di questa domenica dedicata al Buon Pastore. In effetti, la liturgia di questo ciclo vuole approfondire il rapporto del Pastore con le sue pecore. Nel Vangelo, Gesù, il Buon Pastore, si identifica con la Porta delle pecore. Egli guida le pecore affinché abbiano la vita, e in abbondanza, passando attraverso Lui stesso - la porta dell'ovile - nell'esperienza del kerygma cristiano. Sarà san Pietro che spiegherà come entrare per quella porta, o ascoltare la voce familiare del Pastore, mediante la conversione e il battesimo (prima lettura), e seguendo le orme di Nostro Signore, operando il bene, sopportando serenamente le sofferenze (seconda lettura). Il salmista ci testimonia l'agire premuroso del Pastore e il desiderio di abitare con Lui per anni senza fine.

Messaggio dottrinale

La porta delle pecore. In questa quarta domenica di Pasqua la Chiesa sottopone alla nostra considerazione diversi elementi presi della vita pastorale. Si tratta della parabola del Buon Pastore, brano semplice e bello, che rivela in modo profondo il cuore di Cristo. Desideriamo mettere di rilievo due elementi della parabola: la "porta dell'ovile" e la "voce del Pastore". Per i cristiani delle prime generazioni, come testimoniano le pitture delle catacombe romane, quella del Cristo Buon Pastore era figura ben presente e nota. In quelle pitture possiamo scoprire la religiosità delle prime comunità. Essi conoscevano la voce del pastore. Essi sentivano in quella voce un accento di affetto, di amore, di fedeltà. D'altra parte, sperimentavano in modo molto intenso il fatto che era Cristo la porta dell'ovile, la porta della salvezza.

La testimonianza degli apostoli su questo punto è unanime: Cristo, morto e risuscitato, è la pietra angolare, è la strada al Padre, è la salvezza, è miracolo svelato. La "porta" e la "voce" sono, dunque, due elementi ricchi di contenuto che esprimono la profonda esperienza di Cristo Resuscitato: attraversare la Porta ed ascoltare la voce del Pastore.

La porta dell'ovile è il passaggio dal quale il gregge entra ed esce; è luogo che offre protezione, che invita al riposo e al tepore della casa dopo la giornata. Gesù racconta questa parabola ai giudei del suo tempo: al tramonto, i pastori lasciavano il gregge nell'ovile, un'area di solito circondata da piccole muraglie, per accedere alla quale c'era solo una porta stretta, così ridotta che le pecore la attraversavano una alla volta, in modo che era facile contarle per accertarsi che il gregge radunato fosse al completo.

Nostro Signore usa il termine greco "aulé" (aujlhv), col quale non si designava tanto l'area recintata delle pecore, l'ovile appunto, quanto il portico, e quindi anche il recinto sacro in cui si trovava l'Arca dell'Alleanza. Questo termine, dunque, indica anche la porta dell'atrio del Tempio di Gerusalemme, col suo guardiano. Inserita la parabola in questo contesto, possiamo capire ora che la porta non è quella dell'ovile, piuttosto la porta del Tempio. Nessuno può entrare nella casa del Padre, e incontrare con Dio se non per mezzo di Cristo.

Egli è l'unico luogo d'incontro con Dio, l'unico mediatore per la salvezza. La porta è anche il posto attraverso il quale le pecore devono passare per uscire all'aperto, dove possono alimentarsi e prendere aria e sole, cioè edificare la propria vita in abbondanza. Questa porta è Cristo, morto e risuscitato, costituito Signore e Messia. L'affermazione di Cristo è categorica, come indica la realtà della porta dell'ovile, affermazione della divinità messianica. Non ci sono altre strade, altre porte che conducano all'incontro con Dio. Cristo, rivelazione del Padre, è l'unica porta.

Le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Nel linguaggio biblico "conoscere" è sinonimo di fare esperienza. Ascoltare la voce, è notare la presenza e lo stato interiore di una persona e ubbidirle. Ma chi è questo Pastore? Che cosa fa? Il salmo 22 ci risponde eloquentemente: "Su pascoli erbosi il Signore mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce, mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino... con me", e conclude poi "felicità e grazia mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita".

L'immagine del Pastore evoca un'autorità esercitata non dispoticamente, ma con un atteggiamento di servizio continuo. Il re pastore, David, è prefigurazione del vero Pastore, Gesù Cristo, costituito Signore e Messia, che costruì la porta della salvezza mediante la sua crocifissione. Dio Padre gli ha restituito ogni cosa dandogli il dominio di quanto esiste. Ed è anche Messia, cioè continua ad essere l'unica via di salvezza per gli uomini. Solo attraverso il battesimo si può ascoltare la voce del Pastore, che conduce alla Porta della redenzione, per ricevere lo Spirito Santo.

È la "sequela Christi" ciò che ci fa vivere autenticamente la chiamata ricevuta nel battesimo. Chiamata che è convocazione per nome, attraverso la voce del Buon Pastore. Seguire le orme di Cristo è seguire il suo stesso sentiero: salire sulla croce della propria sofferenza quotidiana, in silenzio, affidandosi nelle mani di Dio. Qui l'apostolo Pietro, in poche righe, ci trasmette il vissuto del kerygma cristiano e dell'esperienza spirituale del battesimo: Morire attraverso la mortificazione delle nostre passioni, o la sofferenza causata dalle tentazioni di tutti i giorni, e crescere nelle virtù che Cristo praticò nella sua passione, morte e resurrezione, pazienza e umiltà nell'umiliazione, silenzio nelle ingiurie e sofferenza innocente e ingiusta, che sana e ripara i nostri peccati.

La fede passa anche attraverso l'udito, perché la voce irrompe nell'uditore. Poiché è Parola di Dio, ha la forza di trasformare i cuori, ma è necessario riconoscere questa voce vera, perché c'è il rischio di andare dietro alle voci di ladri e briganti. È necessario familiarizzarsi prima con la sana dottrina trasmessa dalla Sacra Scrittura, e custodita dalla Chiesa. È necessario obbedire alla Verità che è Gesù Cristo, per non essere preda dei ladri e dei briganti.

Suggerimenti pastorali

Poiché questa domenica è dedicata alle vocazioni, il parroco può cercare di risvegliare nelle coscienze dei membri della sua comunità il tema della pastorale vocazionale, seguendo le direttive della Pastoris dabo vobis:

"La vocazione sacerdotale è un dono di Dio, che costituisce certamente un grande bene per colui che ne è il primo destinatario. Ma è anche un dono per l'intera Chiesa, un bene per la sua vita e per la sua missione. La Chiesa, dunque, è chiamata a custodire questo dono, a stimarlo e ad amarlo: essa è responsabile della nascita e della maturazione delle vocazioni sacerdotali. Di conseguenza la pastorale vocazionale ha come soggetto attivo, come protagonista la comunità ecclesiale come tale, nelle sue diverse espressioni: dalla Chiesa universale alla Chiesa particolare e, analogamente, da questa alla parrocchia e a tutte le componenti del Popolo di Dio.

È quanto mai urgente, oggi soprattutto, che si diffonda e si radichi la convinzione che tutti i membri della Chiesa, nessuno escluso, hanno la grazia e la responsabilità della cura delle vocazioni. Il Concilio Vaticano II è stato quanto mai esplicito nell'affermare che "il dovere di dare incremento alle vocazioni sacerdotali spetta a tutta la comunità cristiana, che è tenuta ad assolvere questo compito anzitutto con una vita perfettamente cristiana"", (PDV, n. 41).

Il dovere di promuovere le vocazioni colpisce tutta la comunità. È molto opportuno pregare per le vocazioni, ma ciò non ci esime da altre azioni più concrete in favore delle stesse; al contrario, un discorso serio sulle vocazioni ci pone di fronte alla nostra responsabilità come pastori, come fedeli, come religiosi o religiose, di fomentare a tutti i costi, leciti e buoni, la vocazione nelle anime. Converrà, dunque:

- promuovere circoli di preghiera per giovani ed adulti, che stimolino la vita spirituale;

- sviluppare una gran stima della vocazione sacerdotale nei bambini delle catechesi, nel gruppo dei chierichetti e nelle predicazioni;

- organizzare attività destinate ad arricchire la cultura con la fede, sostenendo iniziative nella letteratura, nella musica, nella pittura, nel teatro; la creatività e l'entusiasmo dei giovani in questo campo è quasi senza limiti.

- incoraggiare le vocazioni con ogni tipo di comunicazione sociale: riviste, opuscoli, agiografie;

- dare impulso ad attività apostoliche come missioni di evangelizzazione, di aiuto per i poveri e malati... che portino i giovani a scoprire la necessità dei loro simili, e le proprie capacità di donare a Dio.

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