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1 settembre 2013
XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

Vangelo: Lc 14,1.7-14

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TESTO Chi si umilia sarà esaltato

mons. Antonio Riboldi

XXII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (02/09/2007)

Vangelo: Lc 14,1.7-14 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

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Avvenne che 1un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo.

7Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: 8«Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, 9e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cedigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. 10Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. 11Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».

12Disse poi a colui che l’aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. 13Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; 14e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».

Potremmo definire la Parola di Dio, oggi, il Vangelo dell'umiltà: virtù necessaria e rara, propria di chi ha la coscienza di ciò che realmente è agli occhi di Dio e, quindi, cerca sempre quasi di scomparire agli occhi degli uomini, anche se la santità, che si coltiva con l'umiltà, è così meravigliosa, che si impone allo stupore di tutti.

Ho avuto il dono di stare vicino a quel grande Papa che fu Giovanni Paolo II. Quello che sempre mi colpiva era la sua semplicità: la porta aperta alla stima e all'amore di tutti.

Poteva, come Pontefice, fare valere la sua grandezza davanti agli occhi degli uomini, ma faceva di tutto per essere 'piccolo', come un bambino che tutti potevano accostare con familiarità.

Davvero, l'umiltà è la coscienza del proprio nulla, davanti agli occhi di Dio, che Gli dà la possibilità di manifestare la Sua Gloria e Grandezza.

Dà fastidio a tutti la corsa, che oggi si fa', a volte smarrendo dignità e onestà, per mettersi in mostra e, se possibile, occupare 'i primi posti'.

Non conosce limiti il grande male della superbia che, spesso, calpesta anche i diritti degli altri. Non so se qualcuno dei miei 'amici di viaggio nel Vangelo' ha avuto modo di leggere o di sentir parlare di quel grande poeta del '900 che fu don Clemente Rebora.

Era 'grande' per la sua arte, la sua poesia, la sua sapienza. Ma, convertitosi e divenuto religioso tra noi Padri Rosminiani, decise di gettare dietro le spalle il suo passato, come non fosse mai esistito, arrivando a strappare tante sue poesie e la composizione di un dizionario, che non era ancora terminato. Lo racconta in una sua poesia famosa quando, sentendo passare lo straccivendolo, che raccoglieva le sue carte fatte a pezzi, ne ripete il grido: 'strascè!'. Trascorrendo con lui alcune vacanze alla Sacra di S. Michele in Val di Susa, passeggiando con lui, cercavo di fare sfoggio delle mie letture, soprattutto citando romanzi russi. Lui ascoltava e taceva, come fosse all'oscuro di tutto. Seppi poi che era un grande conoscitore proprio della letteratura russa. Solo la 'giovinezza' mi salvò dalla totale vergogna! Le persone veramente umili sanno nascondere quello che sono e valgono. Per questo alla fine splendono. Ascoltiamo quello che dice il Siracide (3, 19) oggi:

"Figlio, nella tua attività sii modesto, sarai amato dall'uomo e gradito a Dio. Quanto più sei grande, tanto più umiliati, così troverai grazia davanti al Signore, perché dagli umili Lui è glorificato. Una mente saggia medita le parabole, un occhio attento è quanto desidera il saggio".

Il Vangelo di oggi è davvero la grande lezione dell'umiltà, che Gesù dona, osservando come si comportavano gli uomini del suo tempo.

L'evangelista Luca ce lo descrive come uno che osserva ed è osservato.

"Avvenne un sabato che Gesù era entrato in casa di uno dei capi dei farisei per pranzare e la gente stava ad osservarlo. Osservando poi come gli invitati sceglievano i primi posti disse loro una parabola: Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più ragguardevole di te e colui che ha invitato te e lui, venga a dirti: Cèdigli il posto! Allora dovrai occupare con vergogna l'ultimo posto. Invece quando sei invitato, va' a metterti all'ultimo posto, perché venendo colui che ti ha invitato ti dica: Amico, passa più avanti. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato" (Lc 14, 7-14).

Viene da chiedersi se nel nostro mondo c'è ancora posto per questa preziosa virtù, che è il non mettersi in mostra, ossia l'umiltà. Sembrerebbe di no eppure tutti facciamo l'esperienza di una sorta di 'fastidio' davanti a chi cerca sempre di apparire, mentre ci troviamo a nostro agio quando incontriamo uno che è umile e non si dà arie, anzi ti invita quasi a occupare il primo posto!

Andando in montagna, là dove finiscono gli alberi e spunta solo la roccia, perché si è in alto, ciò che mi attira di più sono i piccoli fiori, che sembra vogliano nascondere la loro bellezza. Eppure è una bellezza che affascina... più sono piccoli e più sono belli. Come nella nostra vita. C'è un meraviglioso brano di Rosmini, che è nella IV Massima della perfezione cristiana, e dice: "Nel cristiano devono trovarsi due disposizioni apparentemente opposte, ma che stanno armoniosamente insieme: un grandissimo zelo per la gloria di Dio e per il bene del suo prossimo, assieme ad un sentimento che gli dice di essere incapace di ogni bene, di porre alcun rimedio ai mali del mondo. Il cristiano deve dunque imitare l'umiltà di Mosè. Quanto stentò a credere di essere lui l'eletto a liberare il popolo di Dio! Con affettuosa semplicità e confidenza rispose a Dio stesso di dispensarlo da quell'incarico, perché era balbuziente. Lo pregò invece di mandare Colui che doveva essere mandato: il Messia promesso. E tutto questo, sebbene Mosè traboccasse di zelo per la salvezza del suo popolo. Il cristiano deve imitare continuamente la profondissima umiltà della Vergine Maria. Nelle Divine Scritture la vediamo descritta sempre in quiete, in pace, in continuo riposo interiore. Di sua scelta la troviamo sempre in una vita umile, ritirata, silenziosa, dalla quale non viene tolta se non dalla voce stessa di Dio o dai sentimenti di carità verso la sua parente Elisabetta. A giudizio umano, chi potrebbe credere che della più perfetta di tutte le creature ci fosse raccontato così poco nelle divine Scritture? Nessuna opera da lei intrapresa; una vita che il mondo direbbe di continua inazione, e che Dio dimostrò essere la più sublime, la più virtuosa, la più generosa di tutte le vite. Per essa questa umile e sconosciuta giovinetta fu innalzata dall'Onnipotente alla più alta dignità, a un seggio di gloria più elevato di quello dato a qualunque altro, non solo tra gli uomini, ma anche tra gli angeli" (n. 7).

Lo stesso Rosmini, fondando il suo Istituto di carità, proprio perché si proponeva questo grande fine, sapeva molto bene che la carità esige umiltà, tanta umiltà, quella che fa sempre posto agli altri, a cominciare dai più poveri, mettendosi al loro servizio, 'lavandone i piedi', come Gesù, 'perché non sono venuto a essere servito, ma a servire'.

E, per questo, aveva voluto che tra i 'suoi figli di carità', ci fossero alcuni, detti 'presbiteri, o saggi di vita consacrata', che avessero il grande compito di vigilare che fosse rispettata la povertà nelle case e negli individui, considerando la povertà 'muro di sostegno della Chiesa e di ogni congregazione' e vigilassero sull'umiltà, ossia a che nessuno ambisse a posti elevati, che è poi la ricerca di 'carriera'. Se i presbiteri individuavano qualcuno tra i membri della Congregazione che brigasse per fare carriera, questi doveva essere immediatamente allontanato dall'Istituto. Aveva forse torto? Fino a che chiamiamo 'carriera' una affermazione della persona nei vari campi, come la scienza o altro, vissuta come un dono di Dio per i fratelli, certamente è un bene. Ma quando il 'fare carriera' è sgomitare, calpestando magari i diritti degli altri - e avviene tanto spesso nella vita - questo, oltre che essere grande superbia, quella di 'volere i primi posti' senza essere invitato e, magari, senza aver neppure le capacità, è anche una emarginazione di chi quel posto non fa nulla di disonesto per occuparlo, affidandosi ai vari concorsi, alle tante vie per essere riconosciuti e scelti per le proprie reali doti professionali, con giustizia e non per 'amicizia' o clientelismo.

Quanti rischi corre il bene comune, in tutti i campi, quando ai posti chiave della sanità, della politica, dell'amministrazione della giustizia, ecc. vanno i raccomandati e non capaci!

Gesù, con una semplice parabola, ci ha indicato la via della giustizia e ce l'ha consegnata!

Ma viene ascoltato? Preghiamolo, per ciascuno di noi, con le parole del Salmo 131:

"Signore, il mio cuore non ha pretese non è superbo il mio sguardo, non desidero cose grandi superiori alle mie forze.

Io sono tranquillo e sereno, come un bimbo in braccio a sua madre.
È quieto il mio cuore dentro di me.
Israele confida nel Signore, ora e sempre".

Non aspiriamo dunque 'ai primi posti', ma, con tutta umiltà e coraggio, certi della Sua Presenza nella nostra vita: 'come sono, là dove sono, fare tutto ciò che posso'... per la Sua Gloria e per il bene dei fratelli!

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